Il Brexit e le variazioni che ha causato nelle Borse internazionali

È passato ormai quasi un mese da quando i cittadini del Regno Unito, chiamati al referendum per decidere della permanenza del loro Paese all’interno dell’Unione Europea, hanno espresso il loro volere. La scelta è stata sofferta e molto discussa, ma alla fine le urne hanno parlato: fuori dall’UE, è Brexit. Questo il risultato finale di una votazione capace di influenzare, a poche ore dal verdetto, tutti i principali mercati internazionali, con il crollo immediato di tutte le maggiori Borse. Gli effetti in seguito non si sono di certo esauriti e le ripercussioni si fanno sentire tuttora.

Il Regno Unito ovviamente è stato il più colpito: calo della sterlina, volatilità in forte aumento e crollo dei corsi azionari, con possibilità di nuove ondate di ribasso in caso di pubblicazione di dati economici sfavorevoli. Ma i contraccolpi sono stati ovviamente gravi anche oltre la Manica.

il BrexitPer quanto riguarda il resto dell’Europa, è stato previsto un ampliamento degli spread nel mercato obbligazionario, specialmente per gli emittenti periferici ritenuti più vulnerabili al contagio della Brexit. Nel complesso, ciò che è negativo per il mercato azionario di solito è negativo anche per il mercato del credito, e vi sono fondati timori che la Brexit possa penalizzare gli asset europei in generale se il clima di fiducia degli investitori a livello globale dovesse peggiorare ancora.

E qual è la posizione dell’Italia? In effetti per il nostro Paese la situazione non è così nera come si potrebbe pensare. L’agenzia di rating Standard&Poor’s ha infatti calcolato l’indice di esposizione al Brexit, basandosi su vari fattori come esportazioni di beni e servizi verso il Regno Unito, flussi di emigrazione bidirezionali, investimenti stranieri sul suolo britannico e crediti del settore finanziario.

Stando a tali parametri, l’Italia, insieme all’Austria, sarebbe relativamente al sicuro. Noi e gli austriaci saremmo infatti i meno vulnerabili all’effetto Brexit, al contrario degli irlandesi e di tutti quei Paesi che da sempre hanno legami commerciali ed economici con il Regno Unito (Spagna, Malta, Cipro, Lussemburgo). Il nostro interscambio di beni e servizi con la Gran Bretagna è infatti molto basso, intorno al 3% del PIL, e ci proietta agli ultimi posti di questa classifica in cui gli svantaggiati sono proprio gli occupanti delle prime posizioni.

Stesso discorso rassicurante per quanto riguarda il mercato azionario italiano. Anche qui l’esposizione è piuttosto modesta e concentrata solo su alcune società con una parte del loro fatturato (parte comunque modesta) che proviene dal Regno Unito. Qualche preoccupazione in più invece per il settore delle quotazioni bancarie e dello spread, all’interno del quale l’impatto si farà sentire con più forza. Molte altre tematiche sul mondo della finanza sono trattate su www.osservatoriofinanza.it in modo professionale e metodico.

Molta più inquietudine dal mondo della politica, dove si temono effetti emulativi che potrebbero portare a credere che l’uscita dall’UE sia l’unica soluzione possibile per risollevare l’economia del proprio Paese, così come fortemente ribadito dai sempre più influenti partiti anti-europeisti. Se altri membri dell’Unione tentassero la strada del referendum e ci fossero altre “exit”, la situazione diventerebbe molto più problematica e stavolta ripercussioni gravi anche per l’Italia sarebbero inevitabili.

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